E SE IL MIO BAMBINO NON LO FA ANCORA?

E se il mio bambino non lo fa ancora?
L’importanza della relazione genitore-bambino nella promozione allo sviluppo

Sul web si trovano tanti articoli sulle “tappe evolutive” in cui gli specialisti segnalano quali competenze deve avere il  bambino in una determinata fase dello sviluppo . Ad esempio, entro i 12 mesi dovrebbe saper dire le prime parole, a 18 mesi saper condividere l’interesse con l’altro, imitare, fare il gioco del “far finta” ed avere un repertorio linguistico di circa 50 parole, a 24 mesi aver sviluppato il gioco simbolico, ecc.

E se il mio bambino non lo fa ancora?

Io genitore, cosa devo fare? Devo preoccuparmi, devo sentire uno specialista o aspettare?
Tante sono le domande che un genitore si pone e la prima risposta da dare potrebbe essere quella di parlare di queste preoccupazioni con il proprio specialista di riferimento, in genere il pediatra, in modo che possa valutare le abilità del bambino con occhio più esperto.

Se il medico ha un sospetto diagnostico, allora sarà necessario capire quale strada percorrere insieme. Spesso, a fianco dei professionisti come logopedisti, psicomotricisti e psicologi, troviamo anche professionisti che effettuano interventi di parent-coaching. Negli ultimi anni e dalle recenti ricerche scientifiche è emerso che la terapia dei ritardi/disturbi dello sviluppo, richiede la creazione di piani di apprendimento pianificati, tarati sul livello di sviluppo del bambino nel suo ambiente naturale.

Questo rende ormai inderogabile la necessità di programmi che promuovano nei caregiver “naturali” alcune conoscenze e competenze per poter generalizzare nella vita quotidiana gli obiettivi e le strategie terapeutiche individuate in collaborazione con i professionisti che seguono il bambino direttamente.

Che cosa significa parent- coaching?

Il coaching è un’attività svolta da un professionista che si avvale di metodi di aiuto e stimolo, con il fine di aiutare il cliente nel raggiungimento dei suoi obiettivi.

Il Parent Coach, è una figura professionale riconosciuta che aiuta i genitori a vivere con migliore efficacia e soddisfazione le piccole e grandi sfide del contesto familiare e a supportare lo sviluppo. 

Negli interventi mediati dai genitori, quest’ultimo è agente attivo del cambiamento del proprio figlio: il bambino è il beneficiario diretto della terapia. Questi interventi mirano alla formazione e quindi alla trasmissione di competenze specifiche che vengono proposte al genitore dal terapeuta, soprattutto tramite un parent-coaching centrato sull’interazione genitore-bambino.

Nel corso del programma i genitori apprendono concetti di base relativi allo sviluppo della comunicazione e del linguaggio in età evolutiva, all’importanza della comunicazione non verbale, sulla asincronia tra sviluppo della comprensione e produzione del linguaggio verbale.

Le informazioni che i genitori ricevono durante il programma sono importanti perché consentiranno loro di comprendere la situazione evolutiva del figlio e di stabilire obiettivi realistici.

Inoltre, i genitori imparano strategie per arricchire il vocabolario e facilitare lo sviluppo del linguaggio dei loro bambini o abilità sociali e di gioco che ancora non si sono sviluppate.

Come si può stimolare la comunicazione sociale all’interno della relazione genitore-bambino?

In questi percorsi, quando ci si riferisce al “parlare”, si intende qualcosa di più ampio rispetto al solo linguaggio vocale che non è l’unica forma di comunicazione. All’interno della comunicazione ci sono infatti gesti, parole e segni che il bambino magari già utilizza in modo funzionale ma al quale il genitore non presta particolarmente attenzione.

Imparare su come comunica il vostro bambino è il primo passo per aiutarlo a diventare un miglior “comunicatore”, ad esempio se guarda, sorride, indica, fa gesti, emette suoni, ecc. Successivamente l’obiettivo è pensare al perchè comunica: per dire cosa vuole o non vuole, per attirare l’attenzione, per fare domande o commenti.

Un consiglio pratico è quello di mettersi faccia a faccia: voi e vostro figlio potrete comunicare più facilmente e condividere questo momento, entrambi potrete sentire e vedere meglio ogni segnale dell’altro e sarà più facile per voi incoraggiarlo a prendere iniziative comunicative.

Osservate il suo linguaggio corporeo: le sue azioni, i suoi gesti, le sue espressioni facciali, prestate attenzione a cosa sta guardando, ciò che gli interessa.

Aspettate e smettete di parlare, date a vostro figlio il tempo di iniziare un’interazione o rispondere a cosa avete detto o fatto, dandogli il giusto tempo di cui ha bisogno per rispondere o prendere l’iniziativa comunicativa.

Ascoltate e prestate molta attenzione a tutte le parole e suoni o gesti del vostro bambino, non interromperlo!!Dovete fargli capire che ciò che dice è IMPORTANTE PER VOI!

Se si fa fatica a comprendere ciò che dice o vuole comunicarvi, cercate indizi per cercare di indovinare.

Seguire il bambino che “guida” l’interazione significa quindi rispondere con interesse a ciò che vi sta comunicando; gli state dimostrando che quello che fa e dice è importante e potete rispondere ampliando (espandendo) ciò che lui vi ha comunicato.

BIBLIOGRAFIA

“Parent-coaching per l’intervento precoce sul linguaggio. Percorsi di lettura dialogica nel programma “Oltre il libro”., Girolametto, Bello, Onofrio, Remi, Caselli. Ed. Erickson, 2017

“Parlare, un gioco a due”. Guida pratica per genitori di bambini con disturbi di linguaggio. Pepper, Weitzman. Ed. Alpes Italia, 2017

“L’intervento precoce nel ritardo di linguaggio”, il modello INTERACT per il bambino parlatore tardivo. Bonifacio, Stefani. Ed. Franco Angeli, 2016Relazione madre-figlio: l’interdipendenza nel legame d’attaccamento State of Mind, 09-2016.

Autrice

Dott.ssa Monica RigottiDott.ssa Monica Rigotti
Psicologa ed Analista del Comportamento BCBA, Supervisore di Interventi psicoeducativi con bambini con disturbi del Neurosviluppo, secondo l’Analisi del Comportamento Applicata (ABA: Applied Behavior Analysis), terapista ESDM certificata, docente in master universitari del Consorzio Humanitas, Presidente della
Cooperativa sociale

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Di |2022-05-26T17:09:11+02:0026 Maggio 2022|Categorie: Blog|0 Commenti

ATTACCAMENTO, COS’E’? DA DOVE NASCE?

Attaccamento, cos’è?
Da dove nasce?

ATTACCAMENTO, COS’E’? DA DOVE NASCE?

Abbiamo una tendenza innata a sviluppare relazioni di accudimento e l’attaccamento riguarda aspetti legati alla relazione non solo nei confronti della figura materna ma nei confronti di chi si prende cura del bambino (caregiver).

Il legame di attaccamento viene definito come una relazione di lunga durata, emotivamente significativa, con una persona specifica (Schaffer, 1998); con la funzione psicologica di fornire sicurezza e la funzione biologica di proteggere il bambino (Bowlby, 1983).

Madre e bambino hanno entrambi un ruolo attivo nel creare una relazione e fin dalle prime fasi dello sviluppo sono alla costante ricerca di interazione (scambio di sguardi, sorrisi), ma il legame di attaccamento comincia a formarsi ancora prima del parto e in fase perinatale.

Lo sviluppo emotivo, cognitivo e quella che sarà la personalità adulta del bambino sono proprio influenzati dal tipo di interazione che viene instaurata.

QUALI SONO GLI STILI DI ATTACCAMENTO? CHE CONSEGUENZE HANNO?

Secondo Bowlby ci sono quattro siti di attaccamento:

La persona che si prende cura del bambino (caregiver), che ha un atteggiamento critico, punitivo e non attenta ai suoi bisogni emotivi facendolo sentire rifiutato e talvolta spaventato, predispone nel bambino lo sviluppo di un ATTACCAMENTO EVITANTE.  Il bambino, avrà difficoltà nella condivisione emotiva, nell’affidarsi, nell’esprimere le proprie emozioni. Sarà un bambino che non piange perché penserà che i suoi bisogni non saranno soddisfatti e sarà predisposto all’autonomia. Non sembra essere influenzato dalla vicinanza o dalla lontananza dal caregiver, quindi evita il contatto con lui e lo ignora quando vengono riuniti dopo una separazione.

Nel caso in cui il bambino cresce in un ambiente con un caregiver che invia messaggi contrastanti, a volte sensibile, a volte negligente, emotivamente non stabile e con il focus sui propri bisogni e non su quelli del bambino, svilupperà un ATTACCAMENTO INSICURO AMBIVALENTE. Il bambino avrà alcune difficoltà, come il bisogno costante di rassicurazione,  confusione tra le emozioni provate, la paura di abbandono che si traduce spesso in rabbia, e non si sente meritevole di amore. Il bambino, in assenza della madre mostrerà segni intensi di sconforto e non esplorerà l’ambiente circostante.

Un caregiver spaventato, arrabbiato e con difficoltà nella regolazione emotiva svilupperà nel figlio un ATTACCAMENTO DISORGANIZZATO. Il bambino, spaventato, preoccupato, non ha possibilità di imparare strategie di regolazione emotiva e può incolparsi per il comportamento del genitore; per questo, avrà una mancanza di fiducia nel prossimo, incerto se volere una relazione o il terrore di essere ferito perché percepisce l’altro come pericoloso.

Quando è presente un caregiver supportivo negli episodi di stress, attento e non invalidante delle emozioni del bambino, si svilupperà un ATTACCAMENTO SICURO. Il bambino saprà che i suoi bisogni saranno soddisfatti, affronta gli imprevisti e difficoltà, alternando pensieri e emozioni spiacevoli ma non facendosi travolgere da ciò che accade, capisce cosa prova e come autoregolare le proprie emozioni. Il bambino sarà in grado di esplorare l’ambiente attivamente, non teme il fallimento e sperimenta che può sbagliare e ricominciare in autonomia. Se il caregiver si allontana sarà triste ma poi lo ricercherà senza timore.

Cosa deve sapere un genitore per favorire un attaccamento sicuro?

  1. Prendersi cura dei propri problemi non in presenza dei bambini;
  2. considerare che i bisogni dei bambini sono sempre perfetti;
  3. Più le mamme sono responsive più i bambini sviluppano autonomia;
  4. nessun bambino è viziato perché i bisogni sono determinati inizialmente dalla biologia;
  5. sostenere e favorire l’esplorazione;
  6. garantire al bambino la presenza forte e saggia del genitore che è il porto sicuro;
  7. organizzare l’esperienza del bambini e quindi aiutarlo a comprendere cosa gli accade.

Quali sono gli indicatori dell’attaccamento?

  1. ansia da separazione: il disagio più o meno grave espresso dal bambino quando la figura di attaccamento si allontana;
  2. esplorazione: la capacità di entrare in contatto con l’ambiente e con i giocattoli;
  3. la paura dell’estraneo: la reazione alla persona sconosciuta quando la madre è presente o assente;
  4. il ricongiungimento alla madre: la accoglie, la respinge, la evita. 

IN CONCLUSIONE..

Il modo in cui i bambini reagiscono al distacco dalla figura materna o dalla figura di attaccamento, dipende dalla qualità delle cure ricevute.

E’ IMPORTANTE il modo in cui rispondiamo al bisogno di protezione e cura dei nostri figli fin dalla nascita per lo sviluppo dell’attaccamento del bambino che sarà precursore delle sue capacità relazionali.

BIBLIOGRAFIA

Jeremy Holmes. LA TEORIA DELL’ATTACCAMENTO John Bowlby e la sua scuola, Raffaello Cortina Editore. Bocazza, S. (2016). Relazione madre-figlio: l’interdipendenza nel legame d’attaccamento State of Mind, 09-2016.

Autrice

Dott.ssa Valentina Bonsembiante psicologa psicoterapeuta cognitivo comportamentale, lavora in collaborazione con la cooperativa MindtheKids per percorsi di parent training, interventi psicoeducativi secondo l’analisi del comportamento applicata (ABA, Applied Behavior Analysis ) a favore di bambini con disturbi dello sviluppo e affiancamento delle insegnanti di sostegno per la gestione di comportamento problematici e oppositivi provocatori. Lavora privatamente come psicoterapeuta seguendo adulti e adolescenti con disturbi d’ansia e dell’umore. Lavora nelle scuole come responsabile dello sportello di ascolto. 

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Di |2022-05-12T18:21:30+02:0012 Maggio 2022|Categorie: Blog|0 Commenti

Giochiamo? Il gioco: un diritto e un modo per apprendere



Giochiamo?
Il gioco: un diritto e un modo per apprendere

Giochiamo? Il gioco: un diritto e un modo per apprendere

Qual è la relazione tra gioco e sviluppo cognitivo, affettivo e relazionale?

Il bambino fin dai primi mesi dopo la nascita è come un piccolo scienziato: opera nel suo ambiente per osservare e apprendere dagli stimoli che li circondano. Il gioco rappresenta per il bambino lo strumento per eccellenza attraverso il quale egli costruisce il significato del mondo ed impara a relazionarsi con gli altri. 

Jean Piaget (1964) afferma che il gioco è lo strumento primario per lo studio del processo cognitivo del bambino e che esso rappresenta la “più spontanea abitudine del pensiero infantile”.

Il gioco stimola anche la memoria, il linguaggio, l’attenzione, la concentrazione e favorisce lo sviluppo di schemi percettivi e la capacità di confrontarsi e relazionarsi. 

Come si sviluppa il gioco nel bambino 

La prof.ssa Kasari (2022) e colleghi identificano quattro principali categorie: gioco semplice, il gioco di combinazione, il gioco pre-simbolico e il gioco simbolico. 

Le prime tre categorie rientrano in quello che viene chiamato “gioco funzionale” (concreto), mentre solo l’ultima categoria è davvero considerata “simbolico” (gioco immaginativo).

Ciascuna di queste categorie di gioco vengono ulteriormente scomposte in sotto livelli di gioco più specifici. 

Tappe evolutive e funzionali del gioco nel bambino 

I bambini tra i 4 e i 6 mesi di età giocano in modo “indiscriminato” (mettono in bocca, lanciano, battono), poi verso i 9-12 mesi cominciano ad esplorare come funzionano gli oggetti iniziando a giocare in modo intenzionale con azioni semplici, come il far rotolare una palla (gioco semplice). 

Nel secondo anno di vita il bambino comincia a fare attività di gioco combinato come associare due oggetti in modo logico. 

A questo livello di gioco funzionale l’oggetto ha uno specifico spazio, come mettere un pezzo di puzzle nel sul posto corrispondente. In seguito, il bambino comincia a utilizzare gli oggetti in un modo diverso perché non c’è più un “modo corretto” di combinare i materiali e incomincia ad utilizzare i mattoncini o le costruzioni in modo creativo e flessibile (combinazione generale). 

Verso i 18 mesi il bambino incomincia il gioco del “far finta”: inizia ad abbinare il cucchiaino con il piatto e a portare la tazza alla bocca facendo finta di bere o dà da bere ad una bambola.  

Queste azioni sono ancora considerate pre-simboliche. 

Tra i 18 e i 36 mesi di età il bambino inizia a giocare in modo veramente simbolico. In questa fase comincia ad avere nuove idee costruendo storie di gioco più complesse e creative. Verso i 48 mesi, mette in scena storie di gioco elaborato, come essere un pirata, assegna ruoli e azioni  ai compagni di gioco e utilizza gli oggetti come sostituiti in modo creativo, come ad esempio utilizzare un blocco di legno come se fosse il forziere (Lillard, 2015; Ungerer, Zelazo, Kearsley, & O’Leary, 1981).

Il gioco è soprattutto sociale, insieme i bambini generano idee e rispondono alle idee proposte dagli altri in una co-costruzione. 

Qual è il ruolo dell’adulto nel gioco del bambino?
Se è vero che la capacità di giocare è innata nell’essere umano, è vero anche che la funzione dell’adulto, (genitore, educatore o insegnante che sia) è fondamentale in ogni tappa della crescita del bambino, quindi, anche nel gioco. 

È indispensabile che l’adulto torni ad essere un compagno di giochi e che abbandoni le sue rigidità in modo da lasciarsi coinvolgere dalla creatività del bambino e dal divertimento congiunto!  Quel momento diventa un’importante occasione per costruire un legame di intimità: i bambini reagiscono con entusiasmo alla disponibilità del genitore, ne sono felici e ciò rafforza il loro senso di sicurezza e protezione.                                               

È attraverso il gioco che passa la comunicazione tra adulti e bambini, per cui è fondamentale che il genitore riesca a ritagliarsi dei momenti in cui ritrovare assieme ai propri figli uno spazio per giocare e divertirsi insieme, abbandonando per qualche minuto le “attività da adulto”.

Autrice

Dott.ssa Monica RigottiDott.ssa Monica Rigotti
Psicologa ed Analista del Comportamento BCBA, Supervisore di Interventi psicoeducativi con bambini con disturbi del Neurosviluppo, secondo l’Analisi del Comportamento Applicata (ABA: Applied Behavior Analysis), terapista ESDM certificata, docente in master universitari del Consorzio Humanitas, Presidente della
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Di |2022-04-29T09:55:05+02:0028 Aprile 2022|Categorie: Blog|0 Commenti

Quali saranno le sue prime parole?

Quali saranno le sue prime parole?

Quali saranno le sue prime parole?

Durante lo sviluppo del proprio bambino ogni genitore attende trepidante il momento delle sue prime parole.

Il percorso di apprendimento del linguaggio segue delle tappe specifiche, ma ogni bambino presenta una variabilità temporale entro il quale le deve raggiungere.

In primis c’è da sottolineare che lo sviluppo del linguaggio non riguarda solamente l’aspetto della produzione ma anche l’aspetto della comprensione.

COMUNICARE NON È SOLO PARLARE

È importante ricordare che il linguaggio è parte integrante della comunicazione. 

Con il termine ‘comunicazione’ si intende tutto ciò che avviene attraverso uno scambio tra due o più individui.

Dunque, il bambino inizia a comunicare molto prima di pronunciare le prime parole e lo fa attraverso il pianto, i sorrisi, i gesti, lo sguardo; quella che viene chiamata anche comunicazione non verbale.

Dopo questa breve accenno alla comunicazione, torniamo a parlare del linguaggio in senso stretto, chiamato anche comunicazione verbale.

LA COMPRENSIONE

Osservando successivamente le varie tappe di sviluppo del linguaggio noterete che l’aspetto della comprensione traina sempre la produzione; ovvero, è necessario che il bambino acquisisca determinate competenze in comprensione prima che egli inizi a fare le prime conquiste sotto l’aspetto della produzione.

Un esempio calzante è il gioco del telefono senza fili, se ciò che il nostro vicino ci dice viene compreso correttamente allora siamo in grado di riprodurre il messaggio e di far continuare il gioco; mentre se quello che ci viene detto risulta incomprensibile o viene compreso male allora il risultato potrà essere che non riusciremo a produrlo e/o lo produrremo in maniera sbagliata e di conseguenza il gioco si interrompe.

L’APPRENDIMENTO

Durante i primi mesi (0-3) il bambino è in grado di discriminare i suoni di tutte le lingue; è solo dai 6 mesi che questa abilità va via via sfumando a favore dei suoni specifici della lingua madre.

Dai 3 ai 6 mesi il bambino inizia a produrre dei suoni dapprima non linguistici e poi sempre più simili alle vocali.

Dai 6 agli 8 mesi compare quella che viene chiamata lallazione canonica  o babbling, che consiste nella produzione di sillabe ripetute composte dalla stessa consonante (ba-ba, ma-ma, pa-pa-pa). Le produzioni del bambino in questo periodo sono un importante indice per le seguenti tappe di sviluppo del linguaggio.

Dagli 8 ai 10 mesi la lallazione cambia, il bambino è ora in grado di ripete sillabe con consonanti diverse (ma-ba-pa), questa fase si chiama lallazione variata. Una lallazione ricca di suoni, è stato osservato essere un precursore per lo sviluppo di un lessico più ampio.

Per quanto riguarda la comprensione, è da quest’età che i bambini iniziano a comprendere le prime parole singole.

Entro i 12 mesi poi il bambino sviluppa le prime parole (circa una decina), che sono strettamente legate al contesto e alle esperienze che vive nella quotidianità.

PRIME PAROLE

Queste parole sono formate principalmente da suoni come /m/, /n/ (suoni nasali) e /p/, /t/, /b/, /d/ (suoni occlusivi) assieme alle cinque vocali; dunque, le combinazioni che ne solitamente risultano sono: nanna, mamma, tata, papà, pappa,… .

Verso l’anno il bambino è in ora in grado di comprendere le prime frasi brevi e i primi ordini semplici contestualizzati.

Tra i 12 e i 18 mesi il vocabolario del bambino si amplia, fino al raggiungimento della produzione, verso i 18 mesi, di 50 parole.

Da questo momento inizia la fase cosiddetta esplosione del vocabolario; il bambino diventa conscio che ad ogni parola corrisponde un oggetto e che attraverso il linguaggio egli può agire sul mondo che lo circonda.

La produzione frasale inizia sotto forma di parola-frase, ovvero dell’utilizzo di una singola parola con il significato di un’intera frase (es. ‘nanna’ può significare ‘ho sonno/sono stanco/voglio dormire’).

UN VOCABOLARIO SEMPRE PIÙ RICCO

Con il raggiungimento, attorno ai 24 mesi, di un vocabolario di circa 200 parole (le quali sono prevalentemente nomi), ha inizio lo sviluppo della morfosintassi.

Inizialmente lo sviluppo della morfosintassi è la capacità del bambino di unire due parole (mamma pappa, tata bua), dove non sono presenti articoli, verbi e congiunzioni.

A 2 anni i suoni che il bambino produce comprendono le occlusive velari /k/, /g/ e la fricativa /f/.

Tra i 24 e i 30 mesi, il vocabolario si amplia e diventa via via più vario, ai nomi si aggiungono i primi verbi e aggettivi. 

Il lessico del bambino raggiunge le 500 parole e ciò comporta una maturazione nella morfosintassi del bambino. Egli, infatti, inizia a produrre le prime frasi semplici costituite da soggetto e verbo (tata do(r)me, …)

L’inventario fonetico, ovvero i suoni che compongono le parole, si completa attorno ai 3 anni; gli unici suoni di cui è tollerabile l’assenza sono i suoni /r/, /ʃ/ (= ovvero la sc di scimmia), /ʎ/ (= riconducibile alla gl di foglia) e il suono /dz/ (= cioè la z di zero).

I PRIMI DISCORSI

Entro i 36 mesi le frasi diventano sempre più complete, con l’utilizzo stabile di articolo, proposizioni e pronomi.

Il bambino inoltre inizia a comprendere richieste multiple.

Tra i 4 e i 5 anni l’inventario fonetico è completo e il bambino non effettua più alcun processo di semplificazione delle parole, ovvero le parole che il bimbo produce sono assimilabili al target adulto.

Le frasi sono sempre più complesse dal punto di vista morfosintattico

Dai 5 anni il bambino comincia ad interessarsi alle lettere e ai numeri, iniziando a scrivere il proprio nome.

Bibliografia

Kuhl, P. Early language acquisition: cracking the speech code. Nat Rev Neurosci 5, 831–843 (2004).

Caselli M.C. et al. Il primo vocabolario del bambino: gesti, parole e frasi. Valori di riferimento fra 8 e 36 mesi delle Forme complete e delle Forme brevi del questionario MacArthur-Bates CDI. Milano, FrancoAngeli (2015)

Autrice

Marta BaldisserottoMarta Baldisserotto, Logopedista. 
Lavora esclusivamente con l’età evolutiva, formata per l’applicazione del metodo PROMPT, e si occupa di valutazione e trattamento di bambini parlatori tardivi, di ritardo del linguaggio, di disturbi primari di linguaggio, di disprassia verbale, ma anche di disturbi secondari associati a ritardo mentale, autismo e quadri sindromici, di difficoltà di apprendimento (prerequisiti alla letto-scrittura) e disturbi specifici dell’apprendimento.
 Cooperativa sociale

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Di |2022-04-14T10:57:20+02:0013 Aprile 2022|Categorie: Blog|0 Commenti

Sapere o non sapere? Apprendere è la risposta

Sapere o non sapere? Apprendere è la risposta

Anni fa si pensava che i bambini non fossero in grado di apprendere e nemmeno di ricordare. Molti studi classici dimostrano invece che memoria e apprendimento siano abilità precoci.

Un esperimento… dolce o ronzante!

Neonati di poche ore, in un esperimento, imparavano a direzionare la testa, a destra o a sinistra, in funzione della fonte del suono o del ronzio che venivano presentati loro. 

Per assaggiare un liquido dal gusto dolce, il neonato doveva girare il capo a destra quando udiva il suono e a sinistra quando udiva il ronzio. Dopo poche prove, i neonati agivano senza dimostrare di commettere alcun errore, dunque girandosi a destra quando sentivano il suono o a sinistra per il ronzio. 

A seguire, i ricercatori avevano invertito la situazione in modo che il bambino dovesse girarsi dalla parte opposta quando venivano presentati gli stimoli sonori. Quello che è emerso è la grande velocità di apprendimento del bambino rispetto al nuovo compito.

Cosa apprendono i bambini a 3 mesi

I neonati, in questo periodo, hanno una memoria molto buona. 

Se viene attaccato un giocattolo semovente ad un nastro che renda sospeso il gioco e sia, all’altra estremità, legato ad un arto del bambino, si scopre in fretta che i bambini apprendono velocemente quale sia l’arto che devono muovere affinché il giochino venga azionato.

E non solo… Dopo otto giorni veniva riproposta ai neonati la stessa situazione e cosa ne risultava? I bambini ricordavano quale arto avessero dovuto muovere per ottenere il giochino.

Memoria sensoriale

Numerose ricerche mostrano come i bambini siano in grado di ricordare sensorialmente numerose impressioni vissute mentre erano nell’utero materno.

In primis è noto come i neonati siano in grado di distinguere, e preferire, un suono di voce umana da un qualsiasi altro suono. 

Pochi giorni dopo la nascita, un bambino può imparare a succhiare un ciuccio per attivare una voce registrata o una melodia vocale e, ancora, succhiano in modo più vigoroso per sentire i suoni vocali.

La percezione di un neonato

Alla nascita, i neonati sono già in possesso di alcune capacità percettive, sia pure ad uno stadio originario e quindi non sviluppate completamente.

Possono individuare degli oggetti con lo sguardo e dimostrano di prevedere qualcosa da osservare, dunque dirigendo la loro concentrazione. In questo caso il loro ritmo cardiaco decelera, indicando un aumento dell’attenzione, ma se lo stesso stimolo  si ripete più volte, tale risposta fisiologica si attenua, poiché si instaura una forma rudimentale di apprendimento: l’assuefazione.

Oggetti nello spazio e apprendimento

Per adattarsi all’ambiente di vita, un neonato non deve soltanto essere in grado di recepire  diversi messaggi sensoriali, deve anche elaborarli e integrarli tra loro per costruire un’immagine della realtà. 

Già a pochi giorni di vita i bambini sanno seguire anche visivamente i suoni, come quello di un campanellino che si muove nello spazio: questo indica un’integrazione visivo-uditiva e la capacità di collegare movimenti a percezioni sensoriali.

Crescendo, tra i 4 e i 6 mesi, i lattanti mostrano di conoscere in maniera abbastanza complessa alcuni aspetti della realtà; per esempio, hanno la percezione di oggetti nascosti e si rappresentano i rapporti tra oggetti nello spazio tridimensionale. 

Un esperimento

Si immagini di mostrare ad un neonato una palla e di porla, poi, sul pavimento, dietro ad una superficie che la nasconde. Se viene abbassata la superficie, questa si arresterà a metà percorso perché bloccata dalla palla. Se però si fa scomparire la palla senza che il bambino se ne accorga, la superficie non incontrerà alcun ostacolo e potremo abbassarla fino al pavimento. 

Quest’ultima situazione sorprende i neonati, perché si aspettano che la palla sia ancora al suo posto e fermi la discesa della tavoletta. La capacità di comprendere che qualcosa non cessa di esistere solo perché scompare alla vista è un aspetto fondamentale dello sviluppo cognitivo infantile ed è definito dagli psicologi con l’espressione “permanenza dell’oggetto”.

Si tratta di una capacità che matura rapidamente nel corso dei primi mesi di vita. Ad esempio, se un’automobilina viene nascosta dietro uno schermo, e poi viene fatto uscire un camioncino, i bambini reagiscono in modo diverso a seconda dell’età: i più piccoli, di 5-6 mesi, continuano a seguire con gli occhi il secondo oggetto, il camioncino, attratti dal suo movimento, e sembrano non fare caso alla scomparsa dell’automobilina; quelli di 12-15 mesi, invece, cercano l’automobilina dietro lo schermo, mostrando di essere consapevoli della sua scomparsa.

Regole “spaziali” e “figurative”

I bambini più piccoli, quindi, per stabilire l’identità degli oggetti seguono regole puramente “spaziali”: si basano sulla loro posizione, se si tratta di oggetti fermi, o sulla loro traiettoria, se si tratta di oggetti in movimento, senza tenere conto né dell’aspetto dell’oggetto né del fatto che possa essere nascosto. 

In una fase più matura si rendono conto di essere in presenza di due oggetti diversi: la regola “spaziale”, dunque, viene soppiantata dalla regola “figurativa”. Con il passare dei mesi i neonati diventano quindi in grado di pensare agli oggetti e alle azioni che si trovano anche al di fuori del loro campo visivo, rappresentandoseli mentalmente.

Bibliografia

Atkinson R. L., Hilgard E. R., Introduzione alla psicologia, Padova, Piccina Nuova Libraria, 2011.
Siqueland E. R, Lipsitt J. P., Conditioned head-turning in human newborns. Journal of Experimental Child Psychology, vol. 3, 1966.

Autrice:

Giulia Bicego

Giulia Bicego, Psicologa-Psicoterapeuta. Si occupa di disturbi dell’età evolutiva e di disturbi dello spettro dell’autismo in collaborazione con la cooperativa MTK. Pratica privatamente come psicoterapeuta seguendo giovani adolescenti e giovani adulti in difficoltà. – Cooperativa sociale

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Di |2022-03-31T12:55:01+02:0024 Marzo 2022|Categorie: Blog|0 Commenti

Dammi un 5! I sensi nel neonato: il gusto

Dammi un 5! I sensi nel neonato: il gusto

Dammi un 5! I cinque sensi del bambino: Gusto

Il cibo rappresenta il legame più profondo che ogni essere umano ha con il mondo. L’alimentazione, quindi, diviene un fattore determinante per lo stato di benessere e salute in un individuo.

Conoscere i fattori che influenzano le preferenze alimentari è invece di cruciale importanza per poter intraprendere azioni mirate ad instaurare abitudini alimentari virtuose fin dai primi anni di vita.

Il gusto nei neonati e nei bambini

Il gusto è uno dei cinque sensi dell’essere umano, ed è per mezzo di questi ultimi che, come abbiamo detto negli articoli precedenti sulla vista e sull’udito, il bambino scopre il mondo e realizza un apprendimento fondamentale che gli permetterà di crescere e realizzarsi come individuo.

Come si sviluppa il gusto?

Il gusto si sviluppa già nella vita uterina grazie al liquido amniotico che influenza i gusti del feto, e appare dunque chiaro come anche la dieta della madre sia un fattore importante nel periodo di gravidanza. Quindi è già nella pancia della mamma che al bambino piace mangiare e scoprire sapori diversi.

Il bambino avrà gli stessi gusti della madre?

È lecito chiedersi se il neonato avrà gli stessi gusti della madre o se invece i suoi gusti evolveranno con la crescita. Le ricerche mostrano che a partire dal terzo mese di gravidanza il feto sviluppa i suoi sensi.

Al livello del gusto, le cellule che hanno il compito di rilevare i sapori si sviluppano a partire dalla settima settimana, ma saranno efficaci solo dalla fine del terzo mese. I ricercatori sono d’accordo nel ritenere che le papille gustative dei feti sono specifiche e programmate geneticamente per ciascun feto.

È possibile, in effetti, asserire che il feto condivide con la madre il cibo già molto presto. Sperimenta una serie di sensazioni di sapore e familiarizza con la dieta della madre i cui odori e sapori si trovano nel liquido amniotico.

Il feto è dunque capace di percepire sapori e odori portati dal liquido amniotico, inclusi nicotina e alcool, motivo per cui è caldamente consigliato non farne uso durante la gravidanza.

Quando il bambino nasce ha già preferenze ed esperienze.

Alcune ricerche portano in luce, ad esempio, come i bambini le cui madri hanno consumato maggiori quantità di carote durante il loro ultimo mese di gravidanza possono mostrare una marcata preferenza per gli alimenti che le contengono.

Nella vita uterina i feti, generalmente, mostrano preferenze per i gusti dolci e una avversione per quelli amari, manifestata dalle variazioni di aspirazione, sbavando e modificando l’espressione facciale.

Anche la sensibilità al gusto acido ed al salato è presente, ma le espressioni facciali rilevate durante lo svolgimento di alcune ricerche non li differenziano in modo chiaro.

Il feto preferisce il dolce o l’amaro?

Una sperimentazione fatta iniettando del saccarosio nel ventre materno, ha mostrato che il feto reagisce inghiottendo più liquido amniotico, mentre iniettando una soluzione amara, il feto rallenta la deglutizione.

Il feto riceve gli alimenti consumati dalla madre attraverso il cordone ombelicale. I sapori alimentari attraversano la placenta, dando un sapore al liquido amniotico e alcuni studi hanno identificato più di 500 molecole contenenti sapori che possono essere qui ritrovate.

Come avvengono la costruzione, la trasmissione e lo sviluppo del gusto?

Verso i 5-6 mesi lo svezzamento introduce nell’alimentazione del bambino alimenti che variano rispetto al latte. In questo modo il neonato sviluppa i suoi gusti alimentari e la sua mimica facciale, manifestando con il comportamento cosa preferisce in particolare.

Fino a circa 18 mesi i bambini accettano facilmente di assaggiare tutto il cibo viene loro proposto. È importante, quindi, farli familiarizzare con una vasta gamma di sapori già dal sesto mese, anche se alcune scuole pediatriche propongono addirittura dal quarto mese.

A 2 anni, periodo di sviluppo in cui compare la “fase” del “no” e dell’inizio della neofobia, le preferenze alimentari del bambino si radicano bene mantenendosi ampiamente fino ai 18-20 anni.

I comportamenti alimentari acquisiti nei primissimi anni di vita, dunque, sono mantenuti anche nell’età adulta, sottolineando l’importanza di investire in questo periodo di sviluppo al fine di migliorare la qualità di vita anche degli adulti di domani grazie ad un approccio più corretto al cibo.

Bibliografia

Atkinson R. L., Hilgard E. R., Introduzione alla psicologia, Padova, Piccina Nuova Libraria, 2011.
Mennella JA, Jagnow CP, Beauchamp GK., Prenatal and postnatal flavour learning by human infants, Pediatrics, 2001, p.107, E88.

Autrice:

Giulia Bicego

Giulia Bicego, Psicologa-Psicoterapeuta. Si occupa di disturbi dell’età evolutiva e di disturbi dello spettro dell’autismo in collaborazione con la cooperativa MTK. Pratica privatamente come psicoterapeuta seguendo giovani adolescenti e giovani adulti in difficoltà. – Cooperativa sociale

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Di |2022-03-31T12:57:33+02:0010 Marzo 2022|Categorie: Blog|0 Commenti

Dammi un 5! I sensi nel neonato: l’udito

Dammi un 5! I sensi nel neonato: l’udito

Dammi un 5! I cinque sensi nel neonato: l’udito

“Parlare è il modo di esprimere se stesso agli altri. Ascoltare è il modo di accogliere gli altri in se stesso.” (Wen Tzu)

Nello scorso articolo si è parlato della vista del bambino e, sebbene sarà questo il senso che poi guiderà la quotidianità dell’adulto che diventerà, è l’udito il senso che si mette al lavoro per primo, fin dai tempi della vita uterina.

Alcune ricerche evidenziano come i feti di circa 28 settimane reagiscono muovendosi, in presenza di rumori forti, altre ricerche indicano che il neonato direzioni il viso verso la sorgente del suono.

L’udito, dunque, è importantissimo per lo sviluppo, poiché consente di recepire immagazzinare una grande quantità di informazioni sull’ambiente che lo circonda, oltre ad essere un presupposto essenziale per lo sviluppo di quello che poi sarà il linguaggio, e quindi di tutte le relazioni sociali.

L’udito prima della nascita

Come accennato in precedenza, l’udito è il primo dei cinque sensi a svilupparsi: può raggiungere una maturazione completa già a partire dal 4° mese e mezzo di gravidanza. Questo significa che il feto è già in grado di percepire, riconoscere e sentire la voce della propria mamma verso il 5° o 6° mese di gravidanza.

La competenza uditiva riguarda un processo di “filtrazione” e “trasmissione” dei suoni provenienti dal mondo esterno e dalla madre, dal liquido amniotico, sotto forma combinata di vibrazioni sonore e tattili.

Grazie all’udito, quindi, viene a configurarsi una prima forma di linguaggio, che rende il neonato desideroso di comunicare: tutto questo si costituisce come inizio del processo di apprendimento del bambino e getta le basi fondamentali del riconoscimento e dell’attaccamento alla madre.

L’udito dopo la nascita

Al momento della nascita generalmente l’udito è completamente funzionante. Il bambino presta particolare attenzione alle voci, specialmente a quella della madre e a quelle ad alta tonalità e a basse frequenze, sussultando, invece, in presenza di rumori forti o improvvisi.

Il grado di reattività del neonato ai suoni dell’ambiente dipende dal suo temperamento: bambini generalmente più tranquilli sobbalzeranno o apriranno gli occhi solo per suoni molto forti e improvvisi, mentre altri bambini, più sensibili, potrebbero sobbalzare anche per il minimo sussurro nel silenzio.

A partire dai 2 mesi la maggior parte dei neonati si tranquillizzano quando ascoltano la voce materna o una voce familiare, mentre verso i 4 mesi inizieranno a manifestare interesse in alcuni suoni direzionando il viso e lo sguardo nella direzione di provenienza. Dai 5 o 6 mesi, circa, i bambini, ora che anche la vista è più sviluppata, cominciano a guardare i movimenti della bocca materna mentre parla e ad imitarne i suoni.

Una fase molto importante poi, è quella che giunge intorno al compimento del 7° mese, chiamata “lallazione” ed è caratterizzata dall’uso di sillabe ripetute più volte, come una sorta di catena, ma ancora in assenza di un significato preciso.

Questa fase implica un abbozzo di dialogo, e quindi di relazione più complessa, che il bambino instaura con le figure di attaccamento. Verso il compimento del primo anno i bambini si voltano al loro nome e proferiscono le prime parole, come mamma e papà.

Come si favorisce lo sviluppo uditivo del bambino nel primo anno di vita?

Uno dei modi migliori per favorire lo sviluppo uditivo del bambino è quello di esporlo a suoni di vario tipo, parlandogli spesso mentre si svolgono attività che lo coinvolgono come, ad esempio, l’allattamento e il cambio del pannolino o il momento del bagnetto, descrivendo ciò che accade intorno a lui se sembra incuriosito ed interessato.

È possibile anche favorire lo sviluppo uditivo attraverso l’ascolto della musica, chiaramente prestando attenzione a quelle che sono melodie rilassanti, a basse frequenze e con una musicalità che non cambi repentinamente i toni o il timbro per evitare di creargli una situazione spiacevole.

Le attività e i giochi musicali sono potenti stimoli per lo sviluppo del linguaggio e l’apprendimento del bambino.

Bibliografia
Atkinson R. L., Hilgard E. R., Introduzione alla psicologia, Padova, Piccina Nuova Libraria, 2011.
Kimbrough D. O., Eilers R. E., The Role of Audition in Infant Babbling, University of Miami, Child Development, Vol. 59, N. 2, April 1988.

Autrice:

Giulia Bicego

Giulia Bicego, Psicologa-Psicoterapeuta. Si occupa di disturbi dell’età evolutiva e di disturbi dello spettro dell’autismo in collaborazione con la cooperativa MTK. Pratica privatamente come psicoterapeuta seguendo giovani adolescenti e giovani adulti in difficoltà. – Cooperativa sociale

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Di |2022-03-25T17:18:20+01:0025 Febbraio 2022|Categorie: Blog|0 Commenti

Dammi un 5! I sensi nel neonato: la vista

Dammi un 5! I sensi nel neonato: la vista

Un neonato che cosa sa fare? Come funzionano i suoi 5 sensi?

Un neonato che cosa sa fare? Come funzionano i suoi 5 sensi?

Non è forse la domanda che la maggior parte delle persone si pone, ma è una domanda che un genitore, prima o poi, arriva a chiedersi.

Un figlio, così piccolo, appena nato, così tipicamente “indifeso”, come vive il mondo?

IL MONDO PER UN NEONATO

Verso la fine del XIX secolo, uno psicologo di nome William James, aveva suggerito che un neonato percepisse il mondo attraverso i 5 sensi come una “ronzante, scoppiettante confusione”. È stata un’idea che ha avuto la meglio fino alla fine degli anni ‘60. 

Oggigiorno la prospettiva è diversa, merito anche dell’attenzione che è stata sempre più rivolta al bambino in età precoce.

Cosa sappiamo? Numerosi studi dimostrano che un neonato entra nel mondo con tutti i suoi 5 sensi, sistemi sensoriali funzionanti e ben predisposto a conoscere il nuovo ambiente.

Poiché, tuttavia, i bambini non possono spiegare quello che stanno facendo o dire quello che stanno pensando. 

Gli psicologi che si occupano dello sviluppo sono ricorsi a tecniche ingegnose ed originali per cogliere e studiare quello che potremmo definire “il bagaglio originario” di ciascuno di noi.

CIASCUNO HA IL SUO BAGAGLIO 

La metodologia di base è di introdurre alcuni cambiamenti nell’ambiente del bambino e osservarne le risposte.

Facciamo un esempio. Un ricercatore presenta una luce lampeggiante e quindi osserva se si produce un cambiamento nel ritmo cardiaco, o se il bambino muove la testa oppure succhia con più vigore il ciuccio. 

Se lo fanno, ciò presume che essi possono distinguere gli stimoli e forse ne preferiscono uno.

Cosa ne sappiamo, allora, della vista del neonato?

COME VEDONO I NEONATI

Alla nascita i bambini hanno una scarsa acuità visiva e la capacità di cambiare “fuoco” è assai limitata: sono molto miopi! 

Il volto della madre, ad esempio, viene percepito abbastanza sfocato. 

Niente panico! 

Verso i 7-8 mesi il neonato ha una competenza visiva quasi pari a quella di un adulto.

COSA VEDONO I NEONATI

Cosa guardano i neonati? Tutto! Sono degli scienziati curiosi e con tutti i 5 sensi ben all’erta! 

È stato dimostrato attraverso molti studi che essi trascorrono molto tempo guardando l’ambiente ed esaminando il mondo in modo molto sistematico, proprio come fanno gli scienziati! 

I loro sensi sono catturati principalmente da oggetti o cambiamenti nel campo visivo, dimostrandosi attratti da zone ad alto contrasto, come i contorni di un oggetto. 

Al posto di esaminare l’oggetto nella sua interezza, però, come d’altronde facciamo noi adulti, essi fissano il loro sguardo su quelle aree del campo visivo che presentano più contorni.  

Inoltre, preferiscono i modelli complessi a quelli semplici e linee curve rispetto a linee rette.

Il bambino è attratto, possiamo, dire, dall’armonia delle forme!

COME OSSERVANO I GENITORI

E quando si tratta del viso dei genitori? Cosa vedono i neonati nei loro caregiver?

Numerose evidenze sperimentali evidenziano come i bambini fin dai primi giorni di vita abbiano una sorta di “preferenza facciale”, innata, per i volti. 

È importante dedicare tempo al neonato guardandolo e restituendogli, in tal modo, una presenza anche attraverso lo sguardo amorevole. Sono piccole creature delicate, per cui prediligono soffermare lo sguardo su facce sorridenti rispetto a facce che incutono timore.

Secondo alcuni studi, il cervello dei neonati potrebbe essere predisposto ad orientarsi verso i volti al fine di ottenere informazioni da essi. Ad ogni modo, essi non sono in grado fin da subito di percepire le facce umane come sono in grado di fare i bambini più grandi o gli adulti, e l’apprendimento delle forme dei volti prosegue nel tempo, affinandosi nei primi mesi di vita.

L’IMPORTANZA DEI VOLTI 

I bambini di 3 mesi mostrano una marcata preferenza per le facce “normali”, che rispettano dei canoni di proporzione, rispetto a facce che potremmo definire “distorte”, un po’ come i quadri di Picasso!

Inoltre, appena venuti alla luce essi non hanno predilezione per volti appartenenti alla stessa razza e cultura, mentre li preferiranno verso i 3 mesi.

In conclusione, i bambini sembrano nascere già dotati di meccanismi di percezione idonei a riconoscere le caratteristiche di base dei volti, meccanismi che permettono loro di riconoscere rapidamente i loro genitori come figure di attaccamento preferenziali!

Vorrei terminare illustrando un breve aneddoto di un’esperienza che ho avuto mentre frequentavo ancora l’università. Ero in treno e, come ogni mattina, il sovraffollamento mi permetteva di incontrare numerose persone. 

Un giorno ricordo di essermi soffermata su una giovane donna che allattava il suo bambino, che avrà avuto poco più di due mesi. Era affamato, ma non solo di latte! Guardava la madre come fosse il cielo che avrebbe dato al suo mondo dei confini amorevoli, e lei ricambiava questo sguardo. Nonostante la vedesse quasi sicuramente sfocata, non c’era nulla in quell’attimo che credo quel bambino avrebbe voluto di più. Laddove i nostri piccoli non riescono a vedere, dobbiamo saper essere occhi per loro!

Bibliografia:

Atkinson R. L., Hilgard E. R., Introduzione alla psicologia, Padova, Piccina Nuova Libraria, 2011.

Farroni T., Menon E., Rigato S., Johnson M. H., The perception of facial expressions in newborn, European Journal of Developmental Psychology, 2007.

Autrice:

Giulia Bicego

Giulia Bicego, Psicologa-Psicoterapeuta. Si occupa di disturbi dell’età evolutiva e di disturbi dello spettro dell’autismo in collaborazione con la cooperativa MTK. Pratica privatamente come psicoterapeuta seguendo giovani adolescenti e giovani adulti in difficoltà. – Cooperativa sociale

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Di |2022-03-25T17:17:04+01:0010 Febbraio 2022|Categorie: Blog|0 Commenti

Mettere al mondo e venire al mondo: uno spazio in cui incontrarsi

Mettere al mondo e venire al mondo: uno spazio in cui incontrarsi

Mettere al mondo e venire al mondo:  uno spazio in cui incontrarsi

L’inizio è un bambino che, come tanti, voluto e desiderato, viene al mondo; ma questo bambino è generato e atteso ben prima che lo si veda: è frutto, o almeno dovrebbe esserlo, del percorso che ha condotto al desiderio di generare.

Che cosa c’è prima, dopo, nel mezzo, tra il venire al mondo e il mettere al mondo, tra il formare sé stessi e l’educare un altro essere umano?

Indubbiamente ci sono la crescita e la costruzione di sé; questi processi avvengono solo apparentemente “dentro la testa” dei nostri bambini, poiché la costruzione dell’identità non può mai prescindere da una relazione, da quel NOI che diventa ciò che fa la differenza. L’educazione comporta un gioco di sguardi reciproci e avviene in diversi “luoghi”, contesti che possono alimentare, facilitare, arricchire oppure ostacolare e a volte anche impedire il percorso di crescita e formazione del bambino.

L’attenzione per il contesto deriva dal bisogno di comunicare in modo efficace. Per questo con il tempo si è dato sempre maggiore importanza a certe ritualità, alla scelta degli spazi, alle parole, agli oggetti, ai silenzi, per rendere ogni esperienza quotidiana davvero significativa. Per il genere umano la relazione con l’ambiente di accudimento è complessa e sfumata.

Il bambino e la madre costituiscono un sistema di interazioni reciproche nel quale ognuno influenza l’altro: si viene a creare così un ritmo di scambio sincronizzato che caratterizza ogni relazione naturale o felice. Già nell’interazione fisica e sensoriale, il bambino scopre la sua diversità dall’altro e impara a rapportarsi ad esso.

NON SOLO PAROLE: CURA E AVVENTURA

Ogni genitore all’inizio del suo viaggio sa che dovrà affrontare un’avventura, coinvolgente e allo stesso tempo travolgente, nella quale la questione del rischio è sempre dietro l’angolo; ci si muove in un mare aperto pieno di insidie, insicurezze, solitudine, responsabilità da assumersi, scelte non facili, soprattutto in un momento complesso e difficile come quello della prima infanzia, dove l’adulto ha un peso determinante nello sviluppo psico-fisico del bambino.

Il pensiero di Donald Winnicot, pediatra e psicoanalista originale e creativo dell’inizio del ‘900, che si è molto interessato alle aree della creatività, del gioco e della fantasia, ci aiuta a comprendere quanto un ambiente adeguato e pensato sia determinante.

Il punto di partenza delle sue teorie è che l’essenza dell’esperienza di un bambino sta nella dipendenza dalla cura che la mamma gli dona: la mamma è per il bambino l’ambiente e contribuisce al suo sviluppo con il contenimento, inteso come empatia, ovvero comprensione emozionale. Questa funzione, chiamata holding, è la chiave che permette al bambino di diventare adulto, autonomo e di acquisire quella capacità di essere solo in presenza della madre, fino al momento in cui riuscirà a farne a meno. L’azione della madre si inserisce in un’area di esperienza del bambino che collega e separa la realtà interna da quella esterna e che diventerà poi una funzione permanente della psiche. In altri termini si tratta della capacità di distinguere tra illusione e realtà.

OGGETTI TRANSIZIONALI

In questa fase, che il nostro pensatore colloca tra i 6 mesi e i 2 anni, troviamo quelli che lui definisce “oggetti transizionali”: la copertina, l’orsacchiotto, la bambolina, lo straccetto, che assumono un significato speciale per il bambino e di cui i genitori riconoscono intuitivamente l’importanza.

Sappiamo tutti che i bambini appena nati tendono a usare il pugno o il pollice per stimolare la zona orale, ma trascorsi alcuni mesi, li sostituiscono con oggetti appunto speciali, dei quali non riescono a fare a meno e che hanno un potere calmante.

L’oggetto transizionale, dunque, non fa più parte del corpo del bambino ma non è pienamente riconosciuto come realtà esterna, diventa il suo primo possesso e si manifesta quando il neonato inizia a differenziare tra il Me e l’Altro, passando dalla dipendenza assoluta dalla madre a quella relativa. Si tratta di uno stato intermedio, nel quale l’oggetto è sia illusione sia realtà; stiamo quindi parlando anche di immaginazione e di creatività.

Ecco perché, in questo contesto, lo spazio dell’illusione, la condivisione dell’immaginario e l’esperienza che il bambino fa del gioco e di una dimensione ludica condivisa, possono diventare nella vita adulta i propulsori dell’attività artistica, dell’immaginazione e del pensiero creativo.

DANZARE INSIEME

La relazione felice è una danza dinamica, con interruzioni, scarti, piroette improvvise, improntata fondamentalmente all’attenzione, alla disponibilità, alla fiducia che “si può continuare a danzare” e vale la pena farlo.

Forse ciò che sta tra il venire al mondo e il mettere al mondo è trovare sempre il tempo dell’incontro, del gioco, dello stupore, della curiosità. Come ci ricorda il Piccolo Principe “tutti i grandi sono stati bambini una volta, ma solo pochi se ne ricordano”; se provate a recuperare i bambini che siete stati e date loro voce, allora questo viaggio che accompagnerà i vostri figli a diventare gli adulti di domani potrebbe diventare, oltre che una responsabilità, anche molto divertente.

Contributo speciale di Sara Mesiano, sociologa

Bibliografia:
Blandino G. (1996), Le capacità relazionali. Prospettive psicodinamiche, Utet, Torino.
Formenti L., Gamelli I. (1998), Quella volta che imparato, Raffaello Cortina Editore, Milano.
Winnicott D.W. (1953), Oggetti transizionali e fenomeni transizionali. In: Dalla Pediatria alla Psicoanalisi, Martinelli, Firenze.
Winnicott D.W. (1971), Gioco e realtà, Armando editore, Roma.

Autore:

Sara Mesiano

Sara Mesiano – Pedagogista

Laurea in Scienze dei Beni Culturali – Università degli Studi di Milano, Master in Management per lo Spettacolo – Università Sda Bocconi e Accademia del Teatro alla Scala, Laurea in Scienze dell’Educazione – Università degli Studi di Milano Bicocca, Laurea Magistrale in Scienze Pedagogiche – Università degli Studi di Milano Bicocca.

Ha lavorato come assistente all’infanzia e alla preadolescenza e come educatrice in comunità residenziale per adolescenti ad alto rischio, allontanati dalle famiglie a causa di misure penali e civili. Ha collaborato con l’associazione Nur come conduttrice di laboratori interattivi nelle scuole secondarie di primo e secondo grado allo scopo di promuovere sensibilizzazione sul tema della migrazione. Attualmente lavora come educatrice, in strutture residenziali, con i minori stranieri non accompagnati.

Curiosa di natura, viaggiatrice instancabile, appassionata lettrice e amante del bello in tutte le sue forme.

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Di |2022-02-25T10:55:56+01:0027 Gennaio 2022|Categorie: Blog|0 Commenti

Essere genitori: il viaggio di una vita

Essere genitori: il viaggio di una vita

ANCHE I GENITORI SONO STATI BAMBINI

I genitori, lo sappiamo, sono indispensabili per lo sviluppo dei bambini, delle loro abilità, dei comportamenti sociali che li aiuteranno a crescere fino all’inserimento nella società, e anche per la costruzione di un sistema di valori che guidi le loro azioni. 

Essere genitori è una bella avventura, ma come crescere il proprio figlio/a al meglio? Come creare una relazione di scambio e interazione costruttiva e positiva?

Vediamo come si sviluppa un bambino, impariamo a conoscerlo per il piccolo umano che c’è in lui. 

IL RUOLO DEI GENITORI 

Che ruolo hanno i genitori in questa storia?
Dipende da quale teoria evolutiva è storicamente più validata.
In origine bisogna situare il dibattito fra ereditarietà (“natura”) e ambiente (“nutrimento”): quale prevale nello sviluppo precoce? 

Le teorie proposte per rispondere a questa questione sono innumerevoli, John Locke nel XVII secolo rigettava l’idea che il bambino nascesse equipaggiato di conoscenze e abilità. Sosteneva, invece, che ogni bambino avesse davanti a sé una strada di necessaria crescita da costruire attraverso le esperienze.  

Secondo il pensiero di Locke, ogni conoscenza si realizza attraverso i sensi ed è acquisita in virtù dell’esperienza, per cui non esistono conoscenze innate. In tal modo sottolinea l’importanza che il genitore ha nei confronti del figlio fin dalla sua nascita, ponendosi come ambiente di apprendimento. Il patrimonio genetico, invece, può esprimersi solo nel momento in cui il piccolo si confronta con ciò che vede, sente, gusta, prova e annusa.

Poi arriva Charles Darwin che nel 1859 pone la sua teoria dell’evoluzione, sottolineando le basi biologiche dello sviluppo umano, enfatizzando il ruolo dei fattori ereditari. A questo modello di riferimento risponde il comportamentismo nel XX secolo secondo cui l’ambiente, ancora una volta, diviene cruciale.
Siamo a 2-1 per i genitori-ambiente! 

100 MILIARDI DI NEURONI

Veniamo ad oggi. Le ricerche sono innumerevoli e costantemente aggiornate, in divenire, ma la maggior parte degli psicologi concorda su una nuova prospettiva: natura e nutrimento sono fattori inseparabili ed anzi, interagiscono continuamente tra loro per guidare lo sviluppo del bambino.
Ogni neonato nasce con circa 100 miliardi di neuroni nel cervello, ma incredibilmente poche connessioni tra essi. Queste ultime si sviluppano rapidamente dopo la nascita, ed il cervello aumenta di forma e di peso: il peso del sapere!
Lo sviluppo cerebrale, quindi, è fortemente influenzato sia dai fattori genetici che dagli stimoli ambientali cui il bambino è esposto nei primi anni della sua vita: ecco dunque il ruolo cruciale dei genitori! 

IL MOVIMENTO

Facciamo un esempio. 

Dalla venuta al mondo del neonato lo sviluppo motorio mostra l’interazione tra la maturazione geneticamente programmata e le influenze dell’ambiente. 

Si può dire che tutti i bambini, virtualmente, attraversano la stessa sequenza di comportamenti motori seguendo un ordine preciso: girarsi su se stessi, stare seduti senza appoggi, stare in piedi aggrappandosi, andare carponi e camminare. Tuttavia, ogni bambino ripete questa sequenza secondo un diverso ritmo, lasciando aperta la questione di quanto l’influenza ambientale giochi un ruolo cruciale nelle differenze singolari. 

IL LINGUAGGIO

Lo sviluppo del linguaggio è un ulteriore esempio dell’interazione tra componenti genetiche ed esperienza. Nel corso del normale sviluppo, il bambino impara a parlare non prima di aver raggiunto un dato livello di sviluppo neurologico. Tuttavia, i bambini che vengono accuditi ed accolti in un ambiente in cui i genitori e le persone parlano con loro e li gratificano, se emettono vocalizzi simili a parole, imparano a parlare prima dei bambini che non ricevono queste attenzioni. 

È importante, dunque, che fin dalla nascita i genitori parlino con il proprio figlio, per stimolare le sue competenze, senza eccedere! 

OGNI TAPPA È IMPORTANTE 

Per spiegare le fasi di sviluppo, numerosi psicologi hanno ipotizzato l’esistenza di tappe evolutive discrete, qualitativamente distinte. Più precisamente, il termine utilizzato dai professionisti è “fasi” ed implica che i comportamenti dati in una fase specifica siano organizzati secondo un tema dominante o attorno a caratteristiche coerenti. 

I comportamenti che appaiono successivamente sono  qualitativamente differenti da comportamenti pregressi e tutti i bambini attraversano le fasi seguendo lo stesso ordine (non si può camminare senza aver imparato a sostenere il peso della testa!). 

In ragione di ciò esistono periodi sensibili, momenti ideali per un tipo particolare di sviluppo, e se un dato pattern comportamentale non è ben consolidato in tale periodo allora può essere che non arrivi mai ad esprimersi in tutta la sua potenzialità. Il primo anno di vita del bambino sembra essere un periodo sensibile per lo stabilirsi di relazioni di attaccamento interpersonale molto strette. 

Nel prossimo articolo: “Dammi un 5! Le capacità del neonato: i cinque sensi.”

Bibliografia: Atkinson R. L., Hilgard E. R., Introduzione alla psicologia, Padova, Piccin Nuova Libraria, 2011. Rutter M., Quinton D., Hill J., Adult outcome of institution-reared children: Males and females compared, Cambridge University Press, L. Robins Ed., 1990.

Autrice:

Giulia Bicego

Giulia Bicego, Psicologa-Psicoterapeuta. Si occupa di disturbi dell’età evolutiva e di disturbi dello spettro dell’autismo in collaborazione con la cooperativa MTK. Pratica privatamente come psicoterapeuta seguendo giovani adolescenti e giovani adulti in difficoltà. – Cooperativa sociale

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Di |2022-03-09T15:44:55+01:0029 Ottobre 2021|Categorie: Blog|0 Commenti
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