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Mettere al mondo e venire al mondo: uno spazio in cui incontrarsi

Mettere al mondo e venire al mondo: uno spazio in cui incontrarsi

Mettere al mondo e venire al mondo:  uno spazio in cui incontrarsi

L’inizio è un bambino che, come tanti, voluto e desiderato, viene al mondo; ma questo bambino è generato e atteso ben prima che lo si veda: è frutto, o almeno dovrebbe esserlo, del percorso che ha condotto al desiderio di generare.

Che cosa c’è prima, dopo, nel mezzo, tra il venire al mondo e il mettere al mondo, tra il formare sé stessi e l’educare un altro essere umano?

Indubbiamente ci sono la crescita e la costruzione di sé; questi processi avvengono solo apparentemente “dentro la testa” dei nostri bambini, poiché la costruzione dell’identità non può mai prescindere da una relazione, da quel NOI che diventa ciò che fa la differenza. L’educazione comporta un gioco di sguardi reciproci e avviene in diversi “luoghi”, contesti che possono alimentare, facilitare, arricchire oppure ostacolare e a volte anche impedire il percorso di crescita e formazione del bambino.

L’attenzione per il contesto deriva dal bisogno di comunicare in modo efficace. Per questo con il tempo si è dato sempre maggiore importanza a certe ritualità, alla scelta degli spazi, alle parole, agli oggetti, ai silenzi, per rendere ogni esperienza quotidiana davvero significativa. Per il genere umano la relazione con l’ambiente di accudimento è complessa e sfumata.

Il bambino e la madre costituiscono un sistema di interazioni reciproche nel quale ognuno influenza l’altro: si viene a creare così un ritmo di scambio sincronizzato che caratterizza ogni relazione naturale o felice. Già nell’interazione fisica e sensoriale, il bambino scopre la sua diversità dall’altro e impara a rapportarsi ad esso.

NON SOLO PAROLE: CURA E AVVENTURA

Ogni genitore all’inizio del suo viaggio sa che dovrà affrontare un’avventura, coinvolgente e allo stesso tempo travolgente, nella quale la questione del rischio è sempre dietro l’angolo; ci si muove in un mare aperto pieno di insidie, insicurezze, solitudine, responsabilità da assumersi, scelte non facili, soprattutto in un momento complesso e difficile come quello della prima infanzia, dove l’adulto ha un peso determinante nello sviluppo psico-fisico del bambino.

Il pensiero di Donald Winnicot, pediatra e psicoanalista originale e creativo dell’inizio del ‘900, che si è molto interessato alle aree della creatività, del gioco e della fantasia, ci aiuta a comprendere quanto un ambiente adeguato e pensato sia determinante.

Il punto di partenza delle sue teorie è che l’essenza dell’esperienza di un bambino sta nella dipendenza dalla cura che la mamma gli dona: la mamma è per il bambino l’ambiente e contribuisce al suo sviluppo con il contenimento, inteso come empatia, ovvero comprensione emozionale. Questa funzione, chiamata holding, è la chiave che permette al bambino di diventare adulto, autonomo e di acquisire quella capacità di essere solo in presenza della madre, fino al momento in cui riuscirà a farne a meno. L’azione della madre si inserisce in un’area di esperienza del bambino che collega e separa la realtà interna da quella esterna e che diventerà poi una funzione permanente della psiche. In altri termini si tratta della capacità di distinguere tra illusione e realtà.

OGGETTI TRANSIZIONALI

In questa fase, che il nostro pensatore colloca tra i 6 mesi e i 2 anni, troviamo quelli che lui definisce “oggetti transizionali”: la copertina, l’orsacchiotto, la bambolina, lo straccetto, che assumono un significato speciale per il bambino e di cui i genitori riconoscono intuitivamente l’importanza.

Sappiamo tutti che i bambini appena nati tendono a usare il pugno o il pollice per stimolare la zona orale, ma trascorsi alcuni mesi, li sostituiscono con oggetti appunto speciali, dei quali non riescono a fare a meno e che hanno un potere calmante.

L’oggetto transizionale, dunque, non fa più parte del corpo del bambino ma non è pienamente riconosciuto come realtà esterna, diventa il suo primo possesso e si manifesta quando il neonato inizia a differenziare tra il Me e l’Altro, passando dalla dipendenza assoluta dalla madre a quella relativa. Si tratta di uno stato intermedio, nel quale l’oggetto è sia illusione sia realtà; stiamo quindi parlando anche di immaginazione e di creatività.

Ecco perché, in questo contesto, lo spazio dell’illusione, la condivisione dell’immaginario e l’esperienza che il bambino fa del gioco e di una dimensione ludica condivisa, possono diventare nella vita adulta i propulsori dell’attività artistica, dell’immaginazione e del pensiero creativo.

DANZARE INSIEME

La relazione felice è una danza dinamica, con interruzioni, scarti, piroette improvvise, improntata fondamentalmente all’attenzione, alla disponibilità, alla fiducia che “si può continuare a danzare” e vale la pena farlo.

Forse ciò che sta tra il venire al mondo e il mettere al mondo è trovare sempre il tempo dell’incontro, del gioco, dello stupore, della curiosità. Come ci ricorda il Piccolo Principe “tutti i grandi sono stati bambini una volta, ma solo pochi se ne ricordano”; se provate a recuperare i bambini che siete stati e date loro voce, allora questo viaggio che accompagnerà i vostri figli a diventare gli adulti di domani potrebbe diventare, oltre che una responsabilità, anche molto divertente.

Contributo speciale di Sara Mesiano, sociologa

Bibliografia:
Blandino G. (1996), Le capacità relazionali. Prospettive psicodinamiche, Utet, Torino.
Formenti L., Gamelli I. (1998), Quella volta che imparato, Raffaello Cortina Editore, Milano.
Winnicott D.W. (1953), Oggetti transizionali e fenomeni transizionali. In: Dalla Pediatria alla Psicoanalisi, Martinelli, Firenze.
Winnicott D.W. (1971), Gioco e realtà, Armando editore, Roma.

Autore:

Sara Mesiano

Sara Mesiano – Pedagogista

Laurea in Scienze dei Beni Culturali – Università degli Studi di Milano, Master in Management per lo Spettacolo – Università Sda Bocconi e Accademia del Teatro alla Scala, Laurea in Scienze dell’Educazione – Università degli Studi di Milano Bicocca, Laurea Magistrale in Scienze Pedagogiche – Università degli Studi di Milano Bicocca.

Ha lavorato come assistente all’infanzia e alla preadolescenza e come educatrice in comunità residenziale per adolescenti ad alto rischio, allontanati dalle famiglie a causa di misure penali e civili. Ha collaborato con l’associazione Nur come conduttrice di laboratori interattivi nelle scuole secondarie di primo e secondo grado allo scopo di promuovere sensibilizzazione sul tema della migrazione. Attualmente lavora come educatrice, in strutture residenziali, con i minori stranieri non accompagnati.

Curiosa di natura, viaggiatrice instancabile, appassionata lettrice e amante del bello in tutte le sue forme.

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Essere genitori: il viaggio di una vita

Essere genitori: il viaggio di una vita

ANCHE I GENITORI SONO STATI BAMBINI

I genitori, lo sappiamo, sono indispensabili per lo sviluppo dei bambini, delle loro abilità, dei comportamenti sociali che li aiuteranno a crescere fino all’inserimento nella società, e anche per la costruzione di un sistema di valori che guidi le loro azioni. 

Essere genitori è una bella avventura, ma come crescere il proprio figlio/a al meglio? Come creare una relazione di scambio e interazione costruttiva e positiva?

Vediamo come si sviluppa un bambino, impariamo a conoscerlo per il piccolo umano che c’è in lui. 

IL RUOLO DEI GENITORI 

Che ruolo hanno i genitori in questa storia?
Dipende da quale teoria evolutiva è storicamente più validata.
In origine bisogna situare il dibattito fra ereditarietà (“natura”) e ambiente (“nutrimento”): quale prevale nello sviluppo precoce? 

Le teorie proposte per rispondere a questa questione sono innumerevoli, John Locke nel XVII secolo rigettava l’idea che il bambino nascesse equipaggiato di conoscenze e abilità. Sosteneva, invece, che ogni bambino avesse davanti a sé una strada di necessaria crescita da costruire attraverso le esperienze.  

Secondo il pensiero di Locke, ogni conoscenza si realizza attraverso i sensi ed è acquisita in virtù dell’esperienza, per cui non esistono conoscenze innate. In tal modo sottolinea l’importanza che il genitore ha nei confronti del figlio fin dalla sua nascita, ponendosi come ambiente di apprendimento. Il patrimonio genetico, invece, può esprimersi solo nel momento in cui il piccolo si confronta con ciò che vede, sente, gusta, prova e annusa.

Poi arriva Charles Darwin che nel 1859 pone la sua teoria dell’evoluzione, sottolineando le basi biologiche dello sviluppo umano, enfatizzando il ruolo dei fattori ereditari. A questo modello di riferimento risponde il comportamentismo nel XX secolo secondo cui l’ambiente, ancora una volta, diviene cruciale.
Siamo a 2-1 per i genitori-ambiente! 

100 MILIARDI DI NEURONI

Veniamo ad oggi. Le ricerche sono innumerevoli e costantemente aggiornate, in divenire, ma la maggior parte degli psicologi concorda su una nuova prospettiva: natura e nutrimento sono fattori inseparabili ed anzi, interagiscono continuamente tra loro per guidare lo sviluppo del bambino.
Ogni neonato nasce con circa 100 miliardi di neuroni nel cervello, ma incredibilmente poche connessioni tra essi. Queste ultime si sviluppano rapidamente dopo la nascita, ed il cervello aumenta di forma e di peso: il peso del sapere!
Lo sviluppo cerebrale, quindi, è fortemente influenzato sia dai fattori genetici che dagli stimoli ambientali cui il bambino è esposto nei primi anni della sua vita: ecco dunque il ruolo cruciale dei genitori! 

IL MOVIMENTO

Facciamo un esempio. 

Dalla venuta al mondo del neonato lo sviluppo motorio mostra l’interazione tra la maturazione geneticamente programmata e le influenze dell’ambiente. 

Si può dire che tutti i bambini, virtualmente, attraversano la stessa sequenza di comportamenti motori seguendo un ordine preciso: girarsi su se stessi, stare seduti senza appoggi, stare in piedi aggrappandosi, andare carponi e camminare. Tuttavia, ogni bambino ripete questa sequenza secondo un diverso ritmo, lasciando aperta la questione di quanto l’influenza ambientale giochi un ruolo cruciale nelle differenze singolari. 

IL LINGUAGGIO

Lo sviluppo del linguaggio è un ulteriore esempio dell’interazione tra componenti genetiche ed esperienza. Nel corso del normale sviluppo, il bambino impara a parlare non prima di aver raggiunto un dato livello di sviluppo neurologico. Tuttavia, i bambini che vengono accuditi ed accolti in un ambiente in cui i genitori e le persone parlano con loro e li gratificano, se emettono vocalizzi simili a parole, imparano a parlare prima dei bambini che non ricevono queste attenzioni. 

È importante, dunque, che fin dalla nascita i genitori parlino con il proprio figlio, per stimolare le sue competenze, senza eccedere! 

OGNI TAPPA È IMPORTANTE 

Per spiegare le fasi di sviluppo, numerosi psicologi hanno ipotizzato l’esistenza di tappe evolutive discrete, qualitativamente distinte. Più precisamente, il termine utilizzato dai professionisti è “fasi” ed implica che i comportamenti dati in una fase specifica siano organizzati secondo un tema dominante o attorno a caratteristiche coerenti. 

I comportamenti che appaiono successivamente sono  qualitativamente differenti da comportamenti pregressi e tutti i bambini attraversano le fasi seguendo lo stesso ordine (non si può camminare senza aver imparato a sostenere il peso della testa!). 

In ragione di ciò esistono periodi sensibili, momenti ideali per un tipo particolare di sviluppo, e se un dato pattern comportamentale non è ben consolidato in tale periodo allora può essere che non arrivi mai ad esprimersi in tutta la sua potenzialità. Il primo anno di vita del bambino sembra essere un periodo sensibile per lo stabilirsi di relazioni di attaccamento interpersonale molto strette. 

Nel prossimo articolo: “Dammi un 5! Le capacità del neonato: i cinque sensi.”

Bibliografia: Atkinson R. L., Hilgard E. R., Introduzione alla psicologia, Padova, Piccin Nuova Libraria, 2011. Rutter M., Quinton D., Hill J., Adult outcome of institution-reared children: Males and females compared, Cambridge University Press, L. Robins Ed., 1990.

Autrice:

Giulia Bicego

Giulia Bicego, Psicologa-Psicoterapeuta. Si occupa di disturbi dell’età evolutiva e di disturbi dello spettro dell’autismo in collaborazione con la cooperativa MTK. Pratica privatamente come psicoterapeuta seguendo giovani adolescenti e giovani adulti in difficoltà. – Cooperativa sociale

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Di |2022-03-09T15:44:55+01:0029 Ottobre 2021|Categorie: Blog|0 Commenti
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